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gruppo SCOUT RUTIGLIANO 1

Educare significa costruire relazioni che disarmano

Il gruppo scout Rutigliano 1 (BA) ha deciso di celebrare i settant'anni di fondazione con una serie di incontri.

Tra questi, anche la presentazione del libro "Lettere di bambini ai fabbricanti di armi". Che è stata anticipata da un lavoro con bambini e ragazzi che hanno realizzato a loro volta lettere e disegni

di Marco Gabriele

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La pace non nasce soltanto nei grandi scenari internazionali: nasce anche nella capacità di rimanere in relazione quando è difficile, di ascoltare chi soffre, di lasciarsi interrogare dalla voce dei bambini, di costruire legami che rendano possibile un’umanità più vera.

 

Per questo il gruppo Agesci Rutigliano 1 ha voluto collocare un appuntamento sul tema “Costruire la pace anche attraverso la relazione con l’altro” dentro il cammino di celebrazione dei settant’anni di fondazione. E lo ha fatto a partire dal libro Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi con una delle autrici, Anna Pozzi. Celebrare una storia educativa non significa guardarsi indietro in modo autoreferenziale, ma chiedersi come continuare a servire il territorio, i ragazzi, le famiglie e la comunità. Anche per questo, l’incontro ha coinvolto una rete ampia di presenze, a cominciare dai bambini, dai ragazzi, dai capi e dalle famiglie dell’Agesci Rutigliano 1, che hanno preparato le letture di alcune lettere contenute nel libro e hanno realizzato loro stessi lettere e disegni.

Nell’incontro sono state coinvolte anche l’amministrazione comunale, parrocchie, scuole, associazioni, realtà ecclesiali, sociali e culturali. Questo dato è già un contenuto educativo: la pace ha bisogno di comunità, non di attori isolati.

 

Il tema della pace, infatti, riguarda anche la vita quotidiana del territorio. Il contesto internazionale è difficile, ma esistono anche fatiche locali: nei linguaggi, nei modi di rapportarsi, nelle relazioni tra persone. Per questo parlare di pace significa parlare anche dei rapporti che si vivono ogni giorno. La scelta educativa del gruppo scout Rutigliano 1 di celebrare settant’anni con incontri capaci di aprire lo sguardo, generare riflessione e orientare il futuro, risponde anche al desiderio che questi appuntamenti aiutino la comunità a uscire cambiata, con un modo nuovo di vedere e di agire.

 

Il libro come frutto di incontri e relazioni

 

Lo stesso libro - Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi - non è un semplice prodotto editoriale, ma l’esito di un percorso fatto di incontri, relazioni, ascolto e responsabilità. Il libro nasce dal lavoro condiviso di Arnoldo Mosca Mondadori, Cristina Castelli e Anna Pozzi, a partire da esperienze professionali e personali legate al volontariato, alla cooperazione, al sociale, alla ricerca e alla presenza in contesti segnati dalla guerra.

 

L’idea iniziale nasce dall’incontro con la storia di Vito Alfieri Fontana. La sua vicenda ha mostrato la forza di una domanda posta da un bambino e la possibilità concreta di una conversione personale e professionale: da una produzione legata alle armi a un impegno per la bonifica dei territori minati e per la pace.

 

L’intuizione di raccogliere lettere dei bambini da destinare ai fabbricanti di armi è stata condivisa anche con Papa Francesco, che ha incoraggiato il progetto. Il senso profondo dell’iniziativa è stato espresso con chiarezza: in un tempo in cui la guerra uccide tante persone, chi investe sulle armi guadagna con il sangue. Le guerre hanno interessi economici enormi alle spalle, ma il prezzo più alto viene pagato da persone innocenti, e tra queste soprattutto dai bambini.

 

La testimonianza di Vito Alfieri Fontana

 

Vito Alfieri Fontana ha raccontato con grande semplicità e intensità la propria storia. Lavorava nella fabbrica di famiglia, attiva dagli anni Cinquanta e impegnata anche nella produzione di armi: mine anticarro, mine antiuomo, bombe a mano. Dentro la logica dell’impresa, quella produzione poteva apparire come un’attività “normale”, una tra le tante. La distanza tra chi produce e chi subisce gli effetti delle armi rende possibile non porsi domande.

 

La svolta è arrivata attraverso la domanda del figlio, allora bambino. Vedendo dei documenti in macchina, il figlio chiese che cosa fossero. Alla spiegazione del padre («Le armi le fanno tutti, servono, si guadagna») il bambino rispose con una domanda decisiva: «Va bene che le fanno tutti, ma perché le devi fare tu?».

 

Quella domanda non produsse un cambiamento immediato e spettacolare, ma aprì una ferita e un processo. Fontana ha raccontato che da quel momento iniziò a pensare, a ragionare, ad ascoltare altre persone. L’incontro con figure come Gino Strada contribuì a orientare la scelta. La fabbrica venne chiusa e la sua vita prese un’altra direzione. Fontana andò nei Balcani, in particolare in Kosovo e in Bosnia, per lavorare alla bonifica dei territori minati: case distrutte, ordigni nascosti, strade e scuole da mettere in sicurezza. La bonifica non era soltanto un lavoro tecnico: era un servizio per restituire vita, movimento e futuro alle persone. Tra le prime attenzioni vi era la protezione dei bambini, che ogni mattina andavano a scuola, camminando al centro della strada per evitare mine e ordigni ai lati.

 

Un elemento decisivo della sua testimonianza è stato il lavoro educativo con i bambini: spiegare loro come riconoscere i pericoli, come evitare gli ordigni, come aiutare anche gli adulti a non correre rischi. Fontana ha ricordato che il numero degli incidenti, in due anni, scese praticamente a zero, soprattutto tra i più piccoli. Questo passaggio mostra una verità importante: i bambini non sono solo destinatari di protezione, possono diventare protagonisti di cura, attenzione e responsabilità.

 

La sua conclusione è stata sobria e profonda: cambiare vita è stato difficile, ma ne è valsa la pena. Non si diventa buoni una volta per tutte; bisogna continuare a pensare a ciò che si è fatto e cercare sempre di migliorare. 

Il libro inviato ai fabbricanti di armi (e non solo)

 

Il libro non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. È stato spedito alle principali aziende produttrici di armi del mondo con la speranza che qualcuno possa lasciarsi toccare e interrogare, come accadde a Vito Alfieri Fontana davanti alla domanda di un bambino.

 

Allo stesso tempo, il libro è destinato a tutti coloro che desiderano condividere una speranza concreta di pace. Non una pace vaga, generica, sentimentale, ma una pace che chiede responsabilità, scelte, consapevolezza, educazione, cambiamento del cuore, attenzione ai consumi, cura delle relazioni.

I proventi del libro sono destinati a sostenere nuovi laboratori creativi per bambini nei Paesi in guerra, in particolare nei campi profughi. Acquistare e far circolare il libro significa quindi sostenere altri percorsi di ascolto, espressione, rielaborazione e pace.

 

Un impegno per il futuro

 

Il racconto delle storie contenute nel libro non ha lasciato semplicemente informazioni, ma ha chiesto un tempo di meditazione: far scendere le parole, lasciarle lavorare, permettere che generino qualcosa.

 

È stato sottolineato il tema della conversione del cuore. Vito Alfieri Fontana, prima ancora di riconvertire la fabbrica, ha convertito il cuore. Questo passaggio è centrale anche per una comunità educativa: la pace non nasce solo da dichiarazioni, ma da persone che si lasciano cambiare e poi trasformano le proprie scelte.

 

Come segno di gratitudine è stato donato agli ospiti un fischietto in terracotta, simbolo del territorio di Rutigliano. Il fischio, tradizionalmente legato alla vita contadina, è stato interpretato come segno capace di risvegliare le coscienze. In questo caso, il desiderio espresso è che diventi simbolo dell’impegno a scacciare la guerra e a lottare per la pace.

 

Sono stati proiettati anche i disegni realizzati dai bambini e dai ragazzi del gruppo scout Rutigliano 1 dopo aver ascoltato alcune storie del libro. Questi disegni hanno un valore particolare: raccontano il punto di vista di bambini che vivono in pace dopo aver ascoltato le parole di bambini che vivono in guerra. Anche questo è un esercizio educativo: imparare a guardare il mondo attraverso gli occhi dell’altro.

 

La serata ha consegnato una convinzione forte: la pace non è un tema accessorio dell’educazione, ma una sua forma essenziale. Educare significa aiutare a costruire relazioni che disarmano la paura, l’indifferenza, il potere e la violenza. Le parole dei bambini in guerra non chiedono commiserazione, ma responsabilità. Chiedono adulti capaci di ascoltare, scegliere, cambiare vita, smettere di alimentare sistemi di morte e costruire condizioni di futuro.

 

Per l’Agesci Rutigliano 1 questo incontro può diventare una provocazione importante: continuare a essere una comunità che ascolta il mondo, legge il territorio, educa alla pace e aiuta bambini, ragazzi e giovani a credere che anche una domanda, una relazione, un gesto, una scelta possono cominciare a disarmare il futuro.

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